Nel 2014, a seguito di una vicenda personale che mi aveva profondamente segnato, decisi di aprire il mio primo blog, www.lamiagiustizia.it, con l’obiettivo di raccontare pubblicamente ciò che stavo vivendo e di avviare una riflessione critica sul funzionamento del sistema giudiziario.
Il blog si apriva con queste parole:
“Il mio pensiero sulla giustizia:
Il sistema giustizia in Italia e in Europa è una grande corporazione professionale, dove si mescolano poteri politici e poteri economici, amicizie trasversali, un sistema stagnante e conservativo, sicuro della propria superbia che non viene scalfito e non prova vergogna nel dichiarare il falso e violare le leggi dello Stato.”
Il blog venne successivamente sottoposto a sequestro. Quel testo — con il quale la giudice Francesca Pizii apre la propria sentenza penale, omettendo in modo tutt’altro che irrilevante l’incipit “Il mio pensiero sulla giustizia” — fu ritenuto diffamatorio nei confronti della collega Elena Vezzosi.
Al contrario, il travisamento delle prove fondamentali regolarmente acquisite agli atti, che persino un cittadino onesto e privo di competenze giuridiche avrebbe potuto riconoscere, non venne ritenuto rilevante ai fini del giudizio. Tale distorsione dei fatti e del diritto ha condotto alla mia condanna a sei mesi di reclusione.
Oggi ripropongo quel testo in questo mio secondo blog.
Non saranno magistrati che violano il diritto a un equo processo e le leggi sulla trasparenza, a sopprimere la mia libertà di pensiero, costituzionalmente garantita.
Alla luce delle vicende successive — in particolare del caso Palamara — quelle parole hanno assunto per me un significato ancora più vero e profondo. Ed è doveroso spiegare perché.
Vi siete mai chiesti perché la stragrande maggioranza della magistratura invita a votare NO al referendum?
Pensate davvero che i magistrati abbiano a cuore i diritti del cittadino?
Pensate davvero che la magistratura italiana sia pienamente indipendente, oppure che in molti casi proceda in sintonia con una precisa area politica?
Facciamo chiarezza una volta per tutte.
Il referendum chiama i cittadini a esprimersi su alcuni punti fondamentali:
1- Separazione delle carriere tra Pubblici Ministeri e giudici, che non faranno più parte dello stesso percorso professionale né “banchetteranno” insieme.
2- Istituzione di due Consigli Superiori della Magistratura distinti: uno per i PM e uno per i giudici, ciascuno competente per le rispettive carriere.
3- Sorteggio dei membri dei due CSM, per superare definitivamente il sistema delle correnti, che ha dimostrato di essere incapace di garantire imparzialità e credibilità.
Questi primi tre punti hanno un unico obiettivo:
garantire ai cittadini il diritto costituzionale a un equo processo.
In aggiunta, chiariamolo senza ambiguità:
il referendum non ha lo scopo di velocizzare i processi,
non mira a porre il Pubblico Ministero sotto il controllo dell’esecutivo, non mira a recuperare il primato della politica,
e nessuno del fronte del SÌ sostiene simili assurdità, che invece vengono ripetute strumentalmente da chi si oppone.
Il referendum prevede infine un quarto punto decisivo:
4- L’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, che rappresenta il vero timore di molti magistrati.
Un organo che, se svolgerà realmente il proprio compito, dovrà richiamare i giudici al senso di responsabilità per gli errori commessi.
L’Alta Corte disciplinare, con il sostegno dei cittadini e delle istituzioni, potrà finalmente scardinare quella rete di impunità che il sistema giustizia ha costruito negli anni e che ha protetto chi ha sbagliato senza mai risponderne.
Come è stata costruita questa rete di impunità? Di seguito il mio pensiero:
Tutto nasce all’indomani della legge Vassalli.
Nel referendum del 1988, indetto all’indomani del caso Tortora, con un’affluenza superiore al 65,11%, oltre l’80% dei cittadini italiani si espresse chiaramente a favore della responsabilità civile dei magistrati per colpa grave.
Quella volontà popolare, tuttavia, è stata nei fatti tradita.
La legge Vassalli, nata proprio da quel referendum e oggi confluita nella legge n. 18 del 2015, è stata sistematicamente disattesa e svuotata di efficacia.
Appare evidente che il sistema giustizia abbia sviluppato al proprio interno una fitta rete di resistenze istituzionali, composta da persone concrete e identificabili, estesa fino alle più alte articolazioni dello Stato, comprendendo il Ministero della Giustizia, la Presidenza del Consiglio e, in modo evidente, la Presidenza della Repubblica.
Tale rete ha operato come uno scudo a protezione di interessi interni al sistema, ostacolando la conoscibilità e l’esercizio di diritti che il cittadino non doveva conoscere né poter far valere.
Le stesse persone che, nei contatti formali, si mostrano disponibili e cordiali, rivelano nei fatti una grave e sistematica irresponsabilità istituzionale, tradendo il ruolo di garanzia che le istituzioni dovrebbero esercitare nell’interesse esclusivo dei cittadini.
Nel mio caso, la giudice Elena Vezzosi e persino il cosiddetto “call center della giustizia” dell’epoca(prove n. 11 e n. 12 dell’articolo “Colpe gravi da parte del magistrato: il sistema giustizia tace”) mi comunicarono formalmente che, a fronte di travisamento di prove portate agli atti, l’unico strumento a disposizione del cittadino era l’appello, negando di fatto l’esistenza stessa della legge sulla responsabilità civile dei magistrati.
Di quella legge non si doveva parlare:
- nessun richiamo nelle sentenze;
- nessuna applicazione concreta;
- avvocati e imputati che tentavano di invocarla doveva essere sistematicamente ignorati o messi a tacere.
Chi, come me, arrivava a conoscerla e tentava di adire i rimedi previsti dalla legge, si scontrava con il silenzio del Ministero della Giustizia, che di fatto ne favoriva l’oblio.
Ma sapete cosa significa travisare le prove portate agli atti?
Significa ingiustizia.
Significa distruggere la vita dei cittadini e delle loro famiglie.
E significa anche altro: che quel giudice, forte dell’impunità di cui gode, continuerà anche in altre sentenze, con alta probabilità a travisare ancora le prove,
rovinando altre vite, consapevole che un collega lo sosterrà incondizionatamente, rifugiandosi sempre e comunque dietro formule rassicuranti
come “interpretazione del diritto” o “insoddisfazione per un atto giudiziario”.
Oggi più che mai si avverte come il sistema giustizia si compatta
Tutto ciò configura un grave attacco ai principi democratici e allo Stato di diritto, che risultano ormai sistematicamente disattesi da un sistema giustizia incapace di garantire trasparenza, responsabilità e tutela effettiva dei diritti dei cittadini..
Ritengo il Presidente della Repubblica il massimo responsabile dello stato di degrado in cui sono precipitati la giustizia in Italia e una pubblica amministrazione ormai servile a questo sistema.
Al Presidente della Repubblica mi sono sempre rivolto, come garante della costituzione, mettendolo costantemente a conoscenza delle gravi violazioni del diritto all’equo processo e del principio di trasparenza, sanciti rispettivamente dagli articoli 111 e 97 della Costituzione. Nonostante ciò, egli ha sistematicamente ignorato le mie segnalazioni.
Nessuna iniziativa di prevenzione, nessuna azione di richiamo o di segnalazione è mai stata intrapresa dal primo cittadino italiano di fronte a violazioni chiare ed evidenti commesse da magistrati, suoi ex colleghi, e alti uffici della pubblica amministrazione.
Il Presidente della Repubblica è colui che tutto sa, ma che nulla fa per prevenire, contrastare o denunciare tali derive, contribuendo così, con il suo silenzio, al perpetuarsi di questo sistema.
Alla luce di tutto ciò, appare evidente che questo referendum non riguarda una generica “riforma della giustizia”, ma l’affermazione concreta dei diritti del cittadino di fronte alla superbia e all’arroganza di un potere giudiziario che troppo spesso sembra disprezzare la vita, la dignità e i diritti delle persone.
A chi parla di “scempio della giustizia” rispondo con chiarezza:
lo scempio non è opera di soggetti esterni all’ordinamento, ma di coloro che, per funzione costituzionale, dovrebbero garantire il rispetto delle leggi e dei diritti fondamentali.
In primo luogo il Consiglio Superiore della Magistratura, cui spetta il compito di vigilare sull’operato dei magistrati.
Il travisamento delle prove, così come la loro sistematica omissione nelle decisioni giudiziarie, non è più un’eccezione, ma una prassi che si manifesta fin dai primi gradi di giudizio, svuotando di contenuto il diritto a un equo processo e distruggendo la fiducia dei cittadini nello Stato di diritto.
I cittadini hanno ormai preso atto di una realtà evidente:
la magistratura è percepita come un potere privo di controlli effettivi e sottratto a reali meccanismi di responsabilità.
Il tempo delle violazioni dei diritti fondamentali sta per finire. Resta l’amarezza nel constatare che i magistrati, rimangono gli stessi e che nel nostro Paese non esiste ancora una vera giuria popolare, come avviene nei sistemi anglosassoni, capace di bilanciare il potere giudiziario.
Tuttavia, se l’Alta Corte disciplinare saprà davvero svolgere fino in fondo il proprio compito, allora forse potremo finalmente dire di vivere in un autentico Stato di diritto.
Facciamo capire tutti insieme a questi magistrati che non riescono più a prenderci in giro:
oggi siamo cittadini consapevoli, capaci di ragionare con la nostra testa e di decidere autonomamente che cosa è giusto e che cosa non lo è, sulla base degli atti che il sistema ci ha propinato, e non delle favolette che continuano a raccontarci.
Lascia un commento