Vi siete mai chiesti che cosa sia davvero il sistema giustizia?
In un blog che avevo creato nel 2014 scrivevo:
«”Il sistema giustizia in Italia e in Europa è una grande corporazione professionale, dove si mescolano poteri politici e poteri economici, amicizie trasversali, un sistema stagnante e conservativo, sicuro della propria superbia che non viene scalfito e non prova vergogna nel dichiarare il falso e violare le leggi dello stato.»
Inoltre scrivevo«” nei casi di errori gravi da parte del magistrato, internet rappresenta l’unico vero strumento di diritto e di democrazia esistente in Italia..»
Pensieri che oggi, anche alla luce del caso Palamara del 2019 e della mia vicenda, non solo non si è indebolito, ma si è ulteriormente rafforzato.
Gratteri, dice: “Il potere non vuole essere controllato e disturbato” , “Il potere ha l’orticaia:dice tu chi sei a fare l’indagine su di me?” Queste parole, ritengo che possono essere benissimo associate al sistema giustizia. Come si fa a dire che il sistema giustizia non sia politicizzato quando lo stessi Gratteri afferma: “quando sono entrato nella sede dell’ANM ho detto non fate convegni con il movimento 5 stelle e con il PD”.
Soltanto chi ha avuto realmente a che fare con la giustizia può comprendere fino in fondo cosa significhi trovarsi dentro questo sistema.
A chi parla di scempio della giustizia vorrei dire che, lo scempio della giustizia non è opera di soggetti estranei all’ordinamento, ma di coloro che, per funzione costituzionale, dovrebbero garantire il rispetto delle leggi e la tutela dei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione.
Tra questi, in primis, il Consiglio Superiore della Magistratura e, cui spetta il compito di vigilare sull’operato della magistratura.
Il travisamento delle prove regolarmente acquisite agli atti, così come la loro sistematica omissione nelle decisioni giudiziarie, non rappresentano più episodi isolati, ma appaiono ormai come una prassi strutturale all’interno di numerosi procedimenti, sin dai primi gradi di giudizio. Una prassi che svuota di contenuto il diritto a un equo processo e mina alla base la fiducia dei cittadini nello Stato di diritto.
Sapete che cosa significa travisare le prove portate agli atti?
Significa ingiustizia.
Significa distruggere la vita dei cittadini e delle loro famiglie.
E significa anche altro: che quel giudice, forte dell’impunità di cui gode, con ogni probabilità continuerà a travisare le prove anche in altre sentenze, rovinando altre vite. Lo farà consapevole che un collega lo sosterrà incondizionatamente, rifugiandosi dietro formule rassicuranti come “interpretazione del diritto” o “insoddisfazione per un atto giudiziario”.
Pensate che davvero il sistema giustizia sia cambiato dopo il caso Tortora?
In quella vicenda, i pubblici ministeri che inquisirono Enzo Tortora — e le cui condotte furono successivamente riconosciute come caratterizzate da colpe gravi — fecero carriera. Uno di loro arrivò addirittura a sedere nel Consiglio Superiore della Magistratura.
Al contrario, il giudice relatore della Corte d’Appello che assolse Tortora, subì una forma di ostracismo silenzioso: la sua carriera si fermò di fatto a quella decisione.
È legittimo allora chiedersi:
in questo sistema giustizia è davvero cambiato qualcosa da allora?
La risposta, guardando ai fatti, appare sconfortante.
Ancora oggi, chi commette errori gravi non risponde delle proprie azioni. Al contrario, troppo spesso viene protetto e persino premiato, mentre i colleghi, nelle aule di tribunale e negli organi di autogoverno, ne legittimano l’operato.
Il travisamento dei fatti e delle prove viene così degradato a semplice “interpretazione del diritto”, con un disprezzo implicito ma concreto per la vita dei cittadini, ridotta a variabile sacrificabile sull’altare dell’impunità corporativa.
Sempre più spesso si ha la netta sensazione che le sentenze siano già scritte, ancor prima che l’imputato possa portare le proprie prove e prima che il giudice sia chiamato a valutarle in modo imparziale.
Non si tratta di un’impressione astratta, ma di una dinamica che emerge quando l’esito del processo appare predeterminato, indipendentemente dal contenuto degli atti difensivi. Le prove introdotte dall’imputato vengono ignorate, minimizzate o del tutto omesse nella motivazione della decisione, come se il giudizio fosse stato formato a monte, al di fuori del contraddittorio.
In questo scenario, il processo perde la sua funzione costituzionale di accertamento della verità e si trasforma in una mera formalità, utile solo a rivestire di parvenza legale una decisione già assunta. Il contraddittorio diventa apparente, l’istruttoria una finzione, e la sentenza l’atto finale di un copione già scritto.
Quando ciò accade, il giudice non valuta le prove: le seleziona.
Non accerta i fatti: li adatta all’esito prescelto.
Non motiva la decisione: la giustifica.
È in questo scarto tra processo formale e giustizia sostanziale che si consuma la più grave violazione del diritto a un equo processo. Perché se la decisione è già presa, al cittadino non resta che subire un potere che non cerca la verità, ma solo la conferma di sé stesso.
LA SPERANZA – Il ruolo che l’Alta Corte Disciplinare dovrebbe avere
Se l’errore giudiziario è inteso — come dovrebbe essere — quale travisamento dei fatti e delle prove, allora, nel momento in cui tale errore si verifica, diventa necessario che l’Alta Corte Disciplinare, destinata a operare nel nostro Stato democratico, faccia il suo corso.
Essa dovrà intervenire con fermezza, affinché sia finalmente chiaro che il tempo in cui si poteva disprezzare la vita dei cittadini in nome di privilegi corporativi è definitivamente finito.
Nessun cittadino dovrebbe subire la violazione del diritto a un equo processo.
E quando l’errore giudiziario, inteso in senso oggettivo, è commesso da un giudice, questi deve assumersene la responsabilità, senza costringere il cittadino a sopportare ulteriori gradi di giudizio per rimediare a un errore che avrebbe dovuto essere riconosciuto prima.
A mio avviso, l’errore giudiziario non può essere una valutazione soggettiva né una questione di opinioni: deve essere un fatto oggettivamente riconoscibile,
tale da imporre un intervento immediato a tutela dei diritti fondamentali della persona.
Solo così si difende davvero la fiducia dei cittadini nella giustizia e nello Stato di diritto.
Perchè si è arrivati a questo degrado del sistema giustizia?
Di seguito la mia ricostruzione
Tutto nasce all’indomani della legge Vassalli.
Nel referendum del 1988, indetto a seguito del drammatico caso Tortora, con un’affluenza superiore al 65,11%, oltre l’80% dei cittadini italiani
si espresse in modo inequivocabile a favore della responsabilità civile dei magistrati per colpa grave.
Quella volontà popolare, tuttavia, è stata nei fatti tradita.
La legge Vassalli, nata proprio da quel referendum e oggi confluita nella legge n. 18 del 2015, è stata progressivamente svuotata di efficacia e sistematicamente disattesa.
A me appare evidente che il sistema giustizia abbia sviluppato al proprio interno una fitta rete di protezione, composta da persone concrete e identificabili,
presente nelle principali istituzioni dello Stato:
la Presidenza della Repubblica, il CSM, l’ANAC, il Ministero della Giustizia, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, nonché quegli uffici che avrebbero dovuto garantire trasparenza, accesso civico generalizzato, accesso agli atti.
Questa rete ha operato come uno scudo a tutela di interessi interni al sistema giustizia, ostacolando la conoscibilità degli atti e impedendo l’esercizio di diritti
che il cittadino non doveva conoscere né poter far valere.
Della legge N.18 del 2015 non si doveva parlare:
nessun richiamo nelle sentenze;
nessuna applicazione concreta;
avvocati e cittadini che tentano di invocarla vengono messi sistematicamente ignorati o messi a tacere.
Chi, come me, giungeva a conoscerne l’esistenza e tentava di attivare i rimedi previsti dall’ordinamento, si scontrava inevitabilmente con il silenzio del Ministero della Giustizia, un silenzio che di fatto ne favoriva l’oblio.
L’impressione che emerge con sempre maggiore chiarezza è che l’obiettivo del sistema giustizia non sia la tutela dei diritti dei cittadini, bensì la preservazione del sistema.
Oggi più che mai si avverte come il sistema giustizia si compatti.
Il messaggio è sempre lo stesso: il cittadino non deve sapere.
Nessun riferimento deve comparire negli atti o nelle sentenze alla legge n. 18 del 2015.
Quando un cittadino adisce alla legge n. 18 del 2015, la Presidenza del Consiglio dei Ministri trasmette l’atto al Ministero della Giustizia.
Il Presidente della Repubblica
Ritengo il Presidente della Repubblica il massimo responsabile dello stato di degrado in cui sono precipitati la giustizia in Italia e i diritti dei cittadino
e una pubblica amministrazione ormai servile a questo sistema.
Al Presidente della Repubblica mi sono sempre rivolto, come garante della costituzione, mettendolo costantemente a conoscenza delle gravi
violazioni del diritto all’equo processo e del principio di trasparenza, sanciti rispettivamente dagli articoli 111 e 97 della Costituzione.
Nonostante ciò, egli ha sistematicamente ignorato le mie segnalazioni.
Nessuna iniziativa di prevenzione, nessuna azione di richiamo o di segnalazione è mai stata intrapresa dal primo cittadino italiano di fronte a violazioni
chiare ed evidenti commesse da magistrati, suoi ex colleghi, e alti uffici della pubblica amministrazione.
Il Presidente della Repubblica è colui che tutto sa, ma che nulla fa per prevenire, contrastare o denunciare tali derive, contribuendo così, con il suo silenzio, al perpetuarsi di questo sistema.
Si tratta di vicende documentate, fondate su atti processuali e sentenze pubbliche, accessibili a chiunque voglia verificarle.
Dovere civile
Ho scelto di renderle visibili a tutti perché ritengo che chi ha subito un’ingiustizia abbia un dovere civile: informare i cittadini sulla realtà del sistema giustizia.
Una verità che deve poggiare sui documenti e sui fatti, non su slogan o frasi fatte prive di qualsiasi fondamento.
Al contrario, chi sostiene il No al referendum sulla responsabilità dei magistrati spesso evita il confronto sui dati, sugli atti e sulle sentenze, limitandosi a ripetere affermazioni generiche e fuorvianti, prive di riscontro nella realtà documentale.
La mia testimonianza non nasce da pregiudizi, ma da un’esperienza diretta e verificabile: quella di chi ha visto i propri diritti calpestati e ha toccato
con mano come il sistema giustizia possa arrivare a disprezzare la vita dei cittadini.
Solo partendo da atti concreti e trasparenti può aprirsi un confronto serio, onesto e realmente democratico sul funzionamento della giustizia nel nostro Paese.
Lascia un commento