Questo articolo nasce da un quesito che mi ero posto all’epoca dei fatti della mia vicenda:
quali sono gli strumenti previsti dalla legge quando un cittadino ritiene di aver subito un atto ingiusto?
È una domanda che avevo rivolto sia al Ministero della Giustizia sia al giudice del lavoro Elena Vezzosi. La risposta ricevuta è stata la stessa: il successivo grado di giudizio, nel mio caso l’appello. ( tutto documentato)
Si può davvero ritenere espressione di democrazia il fatto che, di fronte a travisamenti e omissioni delle prove — che ritengo possano anche verificarsi — l’unico rimedio concreto messo a disposizione del cittadino sia il ricorso a un grado successivo di giudizio?
Oppure non sarebbe più ragionevole, a fronte di possibili errori giudiziari, fermarsi e verificare se il cittadino sia stato effettivamente vittima di un’ingiustizia?
Richiamare l’attenzione sugli errori giudiziari non significa delegittimare la giurisdizione, ma ribadire l’importanza della responsabilità e della trasparenza, principi essenziali dello Stato di diritto.
Il quesito che mi ero posto e che avevo sottoposto sia al giudice sia al Ministero della Giustizia già nel lontano 2013, lo rivolsi anche a quello che allora rappresentava un ufficio di relazione con il pubblico di assoluta eccellenza in Italia: Linea Amica.
L’avvocato di tale URP mi confermò che la legge esisteva — come è doveroso che accada in uno Stato democratico — ed era la legge n. 117 del 1988, nota come legge Vassalli, oggi confluita nella legge n. 18 del 2015. Tuttavia, mi precisò anche un aspetto decisivo: quella legge, pur esistendo formalmente, non veniva applicata.
Ne ebbi conferma immediata quando, subito dopo, presentai un’istanza al Governo in carica all’epoca: a differenza di quanto avvenuto anni dopo con il Governo Meloni, non ricevetti mai alcun numero di protocollo, segno evidente che quella richiesta non venne nemmeno formalmente mai presa in carico.
Vorrei ora soffermarmi su una dichiarazione del dottor Nicola Gratteri:
«Un parlamentare spiritoso si è permesso di dire che bisogna fare la giornata degli errori giudiziari; sì, gli ho detto, facciamola, però facciamo anche la giornata sugli errori della politica».
Personalmente, mi interrogo sull’opportunità di questo parallelismo. I rappresentanti politici sono eletti dai cittadini e possono essere rimossi attraverso il voto. Il ruolo del magistrato, invece, è diverso e comporta una responsabilità particolare, proprio perché incide direttamente sulla vita e sui diritti fondamentali delle persone.
La storia repubblicana italiana offre esempi drammatici di errori giudiziari, come il caso Enzo Tortora, che resta una ferita ancora aperta nella memoria collettiva. Ricordare questi eventi non è un esercizio polemico, ma un dovere civile, affinché simili tragedie non si ripetano.
Dalla mia esperienza personale ho maturato una percezione critica del funzionamento concreto dei procedimenti giudiziari. In particolare, mi è apparso che, in alcune circostanze, l’esito di una controversia sembri delinearsi prima di una piena e approfondita valutazione dei fatti e delle prove, con il rischio che l’analisi successiva degli atti finisca per giustificare una decisione già assunta, anziché concorrere realmente alla sua formazione.
Sul mio canale YouTube “Sistema giustizia: le verità nascoste” e in questo blog racconto la mia vicenda, mettendo a disposizione documenti e atti pubblici, affinché ciascun cittadino possa formarsi una propria opinione su come funziona la giustizia in Italia.
Nel corso del procedimento che mi ha riguardato, ho riscontrato difficoltà rilevanti nell’applicazione di norme fondamentali, come la legge n. 18/2015 sulla responsabilità civile dei magistrati per colpa grave e la legge n. 241/1990 sul diritto di accesso agli atti. Tali criticità, documentate negli atti, hanno inciso in modo significativo sulla mia possibilità di esercitare pienamente il diritto di difesa.
Si richiama spesso la figura di Vassalli, ma raramente si ricorda che la legge n. 117 del 1988, che porta il suo nome, poi confluita nella legge N.18 del 2015, trae origine da un referendum popolare promosso successivamente al caso Tortora, che mise drammaticamente in luce le gravi criticità del sistema giudiziario in tema di errori giudiziari e responsabilità dei magistrati.
Quel referendum fu caratterizzato da una delle più alte affluenze nella storia repubblicana e vide oltre l’80% dei cittadini esprimersi a favore dell’introduzione della responsabilità civile dei magistrati per colpa grave.
I dati che emergono dall’applicazione concreta di tale disciplina risultano tuttavia impietosi: a fronte di migliaia di segnalazioni presentate dai cittadini, il numero di magistrati effettivamente sottoposti ad azione disciplinare da parte del CSM risulta, di fatto, inesistente.
E l’avvocatura?
Salvo rare eccezioni, ritengo che, anche essa è parte di questo equilibrio malato.
Chi prova davvero a mettersi contro i giudici rischia isolamento e rovina professionale.
È una realtà nota a tutti e ammessa da pochi.
In questo sistema distorto, il cittadino è l’ultima delle priorità.
I suoi diritti vengono sacrificati sull’altare della prudenza, delle convenienze, dei silenzi.
Per me è evidente che questo sistema di giustizia non sia più credibile.
Il vero referendum, a mio avviso, avrebbe dovuto riguardare l’introduzione della giuria popolare per ogni ordine e grado di giudizio.
Parlare di aumentare il numero dei magistrati significa ignorare il problema reale e alimentare un apparato che continua a crescere e a riprodursi secondo le stesse logiche, spesso sotto l’influenza dei propri “maestri”, in assenza di effettivi meccanismi di controllo e di responsabilità.
Altri Paesi europei — Regno Unito, Irlanda, Francia, Germania, Austria, Norvegia — hanno scelto la strada della giuria popolare. L’Italia no.
A questo punto, non resta che sperare nell’istituzione di un’Alta Corte disciplinare realmente indipendente.
Questa non è una battaglia personale. È una riflessione civica. Raccontare, documentare e porre domande scomode non significa attaccare le istituzioni, ma chiedere che esse siano sempre all’altezza dei principi costituzionali che sono chiamate a garantire.
Un Paese in cui il cittadino non può sapere se un magistrato sia stato controllato è un Paese in cui la giustizia è priva di controllo.
E quando la giustizia non è controllata, smette di essere giustizia.
A chi parla di scempio della giustizia.
Lo scempio della giustizia non è opera di soggetti estranei all’ordinamento, ma di coloro che, per funzione costituzionale, dovrebbero garantire il rispetto delle leggi e la tutela dei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione. Tra questi, in primis, il Consiglio Superiore della Magistratura e il Presidente della Repubblica Presidente del CSM, cui spetta il compito di vigilare sull’operato della magistratura e garantire i diritto dell’equo processo previsto dalla costituzione.
Il travisamento delle prove regolarmente acquisite agli atti, così come la loro sistematica omissione nelle decisioni giudiziarie, non rappresentano più episodi isolati, ma appaiono ormai come una prassi strutturale all’interno di numerosi procedimenti, sin dai primi gradi di giudizio. Una prassi che svuota di contenuto il diritto a un equo processo e mina alla base la fiducia dei cittadini nello Stato di diritto.
Il cittadino ha ormai preso atto di una realtà evidente: la magistratura è percepita come un potere non adeguatamente controllato, sottratto a meccanismi effettivi di responsabilità. In questo contesto, le forti resistenze manifestate da larga parte della magistratura nei confronti della riforma della giustizia non appaiono riconducibili né alla separazione delle carriere, né all’istituzione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura.
Tali resistenze sembrano piuttosto originate dal timore di non potersi più rifugiare dietro le aule di tribunale, a seguito dell’introduzione e dell’istituzione di un’Alta Corte disciplinare: un organo che, se realmente indipendente, sarebbe chiamato a esercitare un controllo rigoroso ed effettivo sulla responsabilità disciplinare dei magistrati, a tutela dei diritti fondamentali dei cittadini.
Il tempo delle violazioni sistematiche dei diritti del cittadino sta giungendo al termine.
Auspico che, con questa riforma, la legalità possa finalmente affermarsi ed essere un principio concreto e non solo enunciato, e che lo Stato di diritto inizi davvero a trovare piena applicazione.
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