Risposta a un commento pubblico del magistrato Elena Vezzosi.

Questo scritto è rivolto al giudice Elena Vezzosi e ai magistrati Francesca Pizii, Antonella Di Carlo, Giovanni Trerè, Paolo De Luca, Rosario Lionello e Salvatore Campochiaro, i quali hanno giustificato e avallato le sue decisioni, sostenendo che quanto da lei affermato nella sentenza che mi ha riguardato fosse riconducibile a una semplice “interpretazione del diritto”.

Sulla base di tale impostazione, sono stato condannato per diffamazione nei confronti del giudice, mentre non è stata invece accertata né sanzionata la diffamazione subita da me, né è stata riconosciuta la responsabilità per gli effetti devastanti che quelle decisioni hanno prodotto sulla mia vita personale, civile ed economica.

Quel tempo sta per finire.

Sta per finire l’idea che ogni travisamento delle prove, ogni errore fattuale, ogni violazione del diritto all’equo processo possa essere neutralizzata con una formula astratta e autoassolutoria.
Sta per finire la stagione in cui la vita dei cittadini può essere compressa, danneggiata, distrutta, senza che nessuno ne risponda, nel nome di una presunta infallibilità della magistratura.

Se la nuova Alta Corte disciplinare svolgerà davvero il compito che le verrà affidato — un compito che nasce anche dalla crescente richiesta di giustizia proveniente dai cittadini — allora anche i magistrati saranno finalmente chiamati ad assumersi le proprie responsabilità.
Responsabilità non teoriche, ma concrete.
Responsabilità per decisioni che incidono sulla vita reale delle persone.

Perché il disprezzo verso il cittadino, mascherato da arroganza istituzionale e superbia di potere, non può più essere tollerato.
E perché la violazione del diritto all’equo processo non è un’opinione, non è una narrazione, non è una distopia: è un fatto che ha un nome, una storia e delle conseguenze precise.

«Di seguito riporto testualmente un commento pubblico pubblicato su Facebook dal magistrato Elena Vezzosi, a cui segue il mio riscontro personale.»

Commento del magistrato Elena Vezzosi (citazione integrale – PARTE i)

La riforma Nordio – al di là delle ragioni di propaganda dei fautori della stessa e soprattutto al di là degli schieramenti politici,
che non dovrebbero interessare nel caso di specie e personalmente NON MI INTERESSANO – non apporterà alcun miglioramento in termini di efficienza e di tempi della giustizia,
e nemmeno in ordine alla tanto declamata esigenza di terzietà del giudice rispetto al PM, ma determinerà piuttosto un ridimensionamento della magistratura, con effetti negativi sulla tutela dei diritti dei cittadini.Per quanto riguarda il pubblico ministero, la vittoria del referendum porterà a un progressivo indebolimento delle sue prerogative, specialmente a fronte del concretissimo rischio di vedersi limitati i poteri di intervento nella fase delle indagini preliminari, soprattutto per quanto riguarda la direzione della polizia giudiziaria.
Si creerà inoltre una evidente alterazione dell’equilibrio tra i poteri dello Stato, determinando un rafforzamento del potere esecutivo a discapito di quello giudiziario.

Tutto ciò avverrà in virtù del vizio di fondo della riforma, posto che è una “riforma al buio”: essa, infatti, non specifica nulla sulla concreta separazione delle carriere dei magistrati, demandando alle leggi attuative la riscrittura delle norme che regoleranno in concreto il funzionamento dei nuovi istituti.

Il rischio è che in futuro la maggioranza parlamentare di turno possa modellare a proprio uso e consumo l’assetto della magistratura, limitando ulteriormente le garanzie di autonomia e indipendenza, come peraltro lo stesso Nordio ha fatto intendere alla Schlein (“perché vi opponete? Potreste essere voi a governare tra qualche anno, e avrete bisogno di questa riforma…”).

Anche le altre modifiche, pur non dicendo in maniera chiara come verrà regolamentato il funzionamento del nuovo doppio CSM e della nuova Alta Corte disciplinare, lasciano intravedere chiaramente il disegno volto al ridimensionamento del ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura, e certamente ne risulterà compromessa la sua funzione costituzionale di organo di garanzia dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura.

Anche coloro che sono favorevoli alla separazione delle carriere dovrebbero temere questa modifica: la separazione delle carriere può infatti avere un senso solo se subordinata alla sussistenza di determinate condizioni che renderebbero ancora più forti le garanzie di indipendenza della magistratura, condizioni che mancano del tutto nella Riforma Nordio, la quale anzi condurrà all’indebolimento della magistratura.

Il mio riscontro (parte i)

Elena Vezzosi, Lei conosce perfettamente chi sono.
Conosce il mio nome, la mia storia giudiziaria e le conseguenze concrete delle sue decisioni sulla mia vita. Non sono un commentatore astratto né un cittadino qualunque che parla per sentito dire: sono una persona che ha subito direttamente gli effetti di sentenze nelle quali le prove portate agli atti sono state travisate, con esponenziali ricadute personali, civili ed economiche. Nel suo intervento sulla cosiddetta Riforma Nordio Lei parla di tutela dei diritti dei cittadini, di indipendenza della magistratura e di rischi per l’equilibrio dei poteri dello Stato.
Ma queste affermazioni, pronunciate senza alcun riferimento alla realtà concreta, suonano come una narrazione autoreferenziale che ignora deliberatamente ciò che accade oggi, dentro le aule di giustizia. Io posso mostrare pubblicamente le sue sentenze.
Sentenze nelle quali emergono colpe gravi del magistrato, fondate su errori fattuali e travisamenti delle prove documentali.
E posso mostrare come tali errori siano stati successivamente “assolti” dai suoi colleghi, non perché inesistenti, ma perché ricondotti alla formula salvifica della “semplice interpretazione del diritto”.Questo è il cuore del problema che Lei evita accuratamente di affrontare:
quando qualunque errore, anche macroscopico, viene neutralizzato invocando l’interpretazione, la responsabilità del magistrato diventa di fatto inesistente.Lei teme che una riforma possa indebolire la magistratura.
Io Le chiedo invece: in che modo l’attuale sistema tutela il cittadino dagli errori gravi dei magistrati?Il Consiglio Superiore della Magistratura, che Lei implicitamente richiama come organo di garanzia, ha recentemente rigettato una mia richiesta di accesso civico generalizzato (FOIA), presentata ai sensi dell’art. 5, comma 2, del D.Lgs. 33/2013.
Una richiesta che domandava esclusivamente dati aggregati e statistici sulle azioni disciplinari avviate a seguito di segnalazioni dei cittadini.Non opinioni.
Non nomi.
Solo numeri, esiti, tempi.

La risposta del CSM è stata che la richiesta sarebbe:

“generica”,

“non motivata”,

riferita a “dati sensibili”,

proveniente da un “soggetto non qualificato”.

In altre parole, il cittadino — colui che subisce le decisioni giudiziarie — non è qualificato a sapere se e come la magistratura esercita il proprio potere disciplinare su sé stessa.

E allora viene spontaneo chiedersi:
di quali diritti dei cittadini stiamo parlando?

Perché un sistema che:

travisa le prove,

trasforma errori gravi in “interpretazioni”,

assolve internamente i magistrati,

nega la trasparenza sui procedimenti disciplinari,

e considera il cittadino un soggetto “non qualificato”,

non è un sistema che tutela i diritti.
È un sistema che tutela sé stesso.

Io sono disponibile a confrontarmi con Lei pubblicamente, davanti a una platea di cittadini, portando documenti, sentenze e atti.
Non slogan.
Non timori astratti.

Ma fatti.

Perché la fiducia nella giustizia non si difende evocando scenari futuri o raccontando favole agli italiani.
Si difende riconoscendo gli errori, garantendo trasparenza e accettando che nessun potere, nemmeno quello giudiziario, sia sottratto alla responsabilità.

Commento del magistrato Elena Vezzosi (citazione integrale – PARTE II)

«È giusto che gli italiani abbiano quello che si meritano, deciderà la maggioranza.
Io getto la spugna perché cercare un dialogo è francamente difficile partendo da assiomi e realtà distopiche.»

IL MIO RISCONTRO (PARTE II)

Giudice Vezzosi,
non stiamo parlando di “quello che gli italiani si meritano”.
Qui il tema è un altro, ed è molto più serio: la responsabilità di un potere dello Stato verso i cittadini.

Liquidare le critiche come “assiomi” o come una “realtà distopica” è una scorciatoia retorica che evita il confronto sui fatti concreti.
Io non porto slogan né timori astratti: porto sentenze, atti, richieste di trasparenza respinte, e un’esperienza diretta di decisioni giudiziarie nelle quali le prove sono state travisate, con conseguenze personali, civili ed economiche gravissime.

Quando errori anche macroscopici vengono ricondotti alla “semplice interpretazione del diritto”, la responsabilità del magistrato diventa di fatto inesistente.
E quando tali errori vengono poi “assolti” dai colleghi, non perché non sussistano, ma perché ritenuti non sindacabili, il problema non è la critica del cittadino, ma il funzionamento del sistema.

Lei richiama implicitamente il CSM come organo di garanzia.
Eppure lo stesso CSM ha rigettato una mia richiesta di accesso civico generalizzato (art. 5, c.2, D.Lgs. 33/2013), con cui chiedevo solo dati aggregati e statistici sulle azioni disciplinari: numeri, esiti, tempi.
Non nomi. Non giudizi.

La risposta è stata che il cittadino sarebbe un soggetto “non qualificato”.
Questo significa che chi subisce le decisioni giudiziarie non ha titolo per sapere se e come la magistratura esercita il proprio potere disciplinare su sé stessa
.

Ed è qui che nasce una domanda tutt’altro che distopica:
è possibile che il timore verso qualunque riforma derivi anche dal rischio di perdere un sistema che oggi garantisce una sostanziale immunità rispetto alle colpe gravi commesse nei confronti dei cittadini?

Non parlo di intenzioni personali, ma di assetti di potere.
Un sistema in cui:
– le prove possono essere travisate senza conseguenze,
– gli errori diventano “interpretazioni”,
– i colleghi assolvono altri colleghi,
– la trasparenza disciplinare viene negata,
– e il costo degli errori ricade sempre sul cittadino,

non tutela i diritti dei cittadini.
Tutela sé stesso, anche sul piano economico.

Gettare la spugna non è una risposta.
È una rinuncia a spiegare come l’attuale assetto garantisca davvero il cittadino contro gli errori gravi della magistratura.

Aggiungo un’ultima cosa.
Io non mi sottraggo al confronto, nemmeno nei contesti più critici.
Sono disponibile a intervenire pubblicamente anche presso comitati del NO, ovunque si voglia discutere nel merito, portando documenti, sentenze e atti, anche — se necessario — nella cosiddetta “tana dei lupi”.

Non chiedo palchi favorevoli, ma confronto reale.

Perché se le idee sono solide, non temono il contraddittorio.


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