I giudici che sbagliano non pagano!
Riflessioni critiche sul contenuto video
Su quali fondamenta si regge oggi la casta del sistema giustizia?
Su due pilastri intoccabili:
il travisamento deliberato dei fatti e delle prove portate agli atti e la totale opacità nei confronti del cittadino.
Non è un errore.
Non è una disfunzione.
È un metodo.
L’obiettivo è uno solo: difendere i privilegi della casta, anche quando ciò comporta la distruzione dei diritti fondamentali e della vita delle persone coinvolte.
Il risultato è una giustizia che, nei fatti, disprezza la vita del cittadino.
Il cittadino non deve sapere.
Non deve capire.
Non deve controllare.
Viene ridotto a soggetto non qualificato, privo di legittimità, escluso consapevolmente dalla conoscenza di come viene realmente amministrata la giustizia in Italia.
Parlo sulla base di dati ufficiali, forniti dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Dal 2015 a oggi risultano 851 procedimenti avviati per responsabilità civile dei magistrati ai sensi della legge n. 18/2015.
Di questi, solo 15 violazioni sono state accertate tra primo grado, appello e Cassazione.
A questo punto pongo una domanda semplice:
se chiedeste a un avvocato, al Ministero della Giustizia o al “sistema giustizia” in generale, secondo voi vi verrebbe mai comunicata l’esistenza stessa di questa legge?
O vi direbbero che non esiste, o che non ne sanno nulla?
La verità è che la legge n. 18/2015 viene sistematicamente nascosta al cittadino.
Non conviene a nessuno che venga divulgata.
Un avvocato che osi anche solo farvi riferimento può dire addio alla propria carriera: non troverete mai richiami a questa legge nelle sentenze, anche quando le violazioni emergono chiaramente dalle prove depositate agli atti e dai ricorsi.
Quando il cittadino attiva la procedura prevista dalla legge, passando dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, l’istanza viene trasmessa al Ministero della Giustizia, dove viene formalmente avviata un’istruttoria.
Da quel momento, però, il cittadino scompare: anche dopo oltre un anno, non ottiene alcuna risposta, neppure a fronte di numerose PEC inviate per conoscere lo stato del procedimento.
Il TAR, con la sentenza n. 09493 del 12 novembre 2025, arriva ad affermare che il cittadino non ha diritto a conoscere la durata dell’istruttoria, né il suo stato, né ad accedere agli atti relativi a un procedimento da lui stesso promosso.
Ed è qui che il quadro diventa grottesco.
Atto della Presidenza del Consiglio dei Ministri:
“Con riferimento all’esposto della S.V. del 13 novembre 2024, si rappresenta che questo Ufficio ha già interessato della questione il Ministero della Giustizia, presso il quale è stata avviata un’istruttoria sui fatti esposti.”
Atto del Ministero della Giustizia – Ufficio Trasparenza (richiesta FOIA):
il Ministero afferma che la legge n. 18/2015 non prevede alcuna trasmissione di segnalazioni dalla Presidenza del Consiglio al Ministero stesso, negando di fatto l’esistenza di ciò che la PCM dichiara ufficialmente di aver fatto.
Atto del Consiglio Superiore della Magistratura:
alla mia richiesta di accesso ai dati relativi alle azioni disciplinari avviate a seguito di segnalazioni dei cittadini, il CSM risponde che l’istanza è “generica”, “non motivata”, relativa a “dati sensibili” e presentata da un “soggetto non qualificato”.
Tradotto: il cittadino non ha diritto di sapere nulla.
E il Presidente della Repubblica, che è anche Presidente del CSM?
È stato più volte informato delle violazioni dell’art. 97 della Costituzione, ma si limita a ignorare le comunicazioni ricevute.
Questo è l’“arbitro imparziale” della Costituzione.
Questo è il sistema giustizia.
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